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Progetto Nelson

Un primo importantissimo risultato è stato raggiunto, superando pregiudizi, esclusioni e rigidità che discriminano fra loro le persone detenute. E’ stato un bellissimo progetto nel quale abbiamo infatti sperimentato la prima continuità del Gruppo Integrato (ora stabilizzato), dimostrando che era possibile realizzare la compartecipazione e attivare relazioni positive non discriminanti. L’obiettivo era la maturazione della consapevolezza di sé nella collettività, della responsabilità sociale che si dimostra nei comportamenti quotidiani, la riflessione sul senso delle regole, della loro esistenza. Rimane questo progetto come una prima tappa per un proseguimento a venire.


Panoramica sintetica del

Progetto Nelson

 


 

Il titolo assegnato al progetto prende le mosse dalla storia di vita di Nelson Mandela: avendo egli trascorso 27 anni di vita come detenuto individuiamo diversi punti di contatto per agganciare l'esperienza delle persone detenute, sia per vicinanza (carcerazione) sia per lontananza (cause che hanno portato alla condanna: lotta all'apartheid e per il bene comune, da una parte, e guadagno personale o per vantaggio individuale, dall'altro), nonché per modalità di raggiungimento degli scopi (dall'atto violento o che comunque causa un danno alla collettività, alle modalità nonviolente finalizzate al bene collettivo).

 

Partecipanti

Tre gruppi di detenuti, uno dalla sezione maschile comuni, uno dalla sezione femminile e uno dalla sezione isolati e protetti, che già erano impegnati in un percorso ininterrotto di elaborazione delle proprie storie di vita, dopo aver progettato insieme percorsi che favoriscono il confronto e il dialogo, si sono riuniti per incontrare, in una sorta di staffetta, rappresentanti della società civile che hanno portato testimonianze sulle tematiche del progetto Nelson.

 

I temi

Lo sviluppo tematico del Nelson ha preso avvio con un approfondimento sul conflitto e sui differenti approcci per affrontarne la soluzione, oltre a considerare l'importanza delle emozioni sulle azioni distruttive. Da una dimensione individuale ci si è aperti poi verso una dimensione collettiva. Se una persona commette reato per una ricerca individualistica di soddisfazione di bisogni, il riconoscere che i bisogni autentici sono collettivi aiuterà a valutare il valore della condivisione sociale. E le modalità di raggiungimento di questi obiettivi saranno sostanziali nella riuscita.

Al primo incontro sono intervenuti rappresentanti dal Movimento Nonviolento mettendo in circolo dinamiche interessanti e coinvolgenti, anche ad un livello sensibile, nel raccordo con le proprie esperienze.

Successivamente si è affrontato il tema del  conflitto e della mediazione, proseguendo sull'incidenza delle emozioni e la capacità di riconoscerle e gestirle. Poi un docente della Libera Università dell'Autobiografia ha tenuto un incontro sulle parole del perdono e della riconciliazione. Un docente universitario che ha istituito un Premio alla passione civile, ha portato la sua esperienza sul significato di quel premio e di come si matura quella passione. Dal Monastero del Bene Comune si è approfondito il tema  dell'impegno sociale. Insomma è stata una staffetta interessante.

C'è bisogno di testimoni, soprattutto per maturare non solo sensibilità ma anche consapevolezza che cambiare si può. Che si può spezzare un 'destino' già scritto, se si interviene a modificare con la propria volontà. Già dal primo incontro sono emersi temi vissuti quali le faide, la vendetta e l'uso delle armi. Tra un incontro e l'altro i partecipanti hanno scritto le loro riflessioni e le hanno portate al gruppo. Siamo arrivati al 25 aprile 2014, per l’Arena di Pace, con un bagaglio di consapevolezza significativo, per maturare la possibilità di scegliere di essere uomini portatori di pace. A partire dal carcere, fra detenuti (superando i pre-giudizi di reato), con gli operatori e verso la collettività, anche quella che è stata toccata dalle azioni distruttive di chi ha commesso un reato.